Sulla prescrizione dei crediti dei lavoratori

 

la prescrizione dei crediti dei lavoratori

La problematica della prescrizione dei crediti dei lavoratori è stata oggetto, negli ultimi anni, di un vivace dibattito, originato dalle radicali modifiche apportate alla disciplina dei licenziamenti dalla L. 92/2012 (Riforma Fornero) e dal D. Lgs. 23/2015 (Jobs Act, che ha istituito il cd. contratto a tutele crescenti).

 

Come noto, in linea generale, tutti i diritti si estinguono in un periodo di tempo stabilito dalla legge nell’ipotesi in cui il titolare, in tale periodo, non li eserciti: ciò risponde alla fondamentale esigenza di garantire certezza nei rapporti giuridici. Tale principio è posto dall’art. 2934 c.c., secondo il quale “ogni diritto si estingue per prescrizione quando il titolare non lo esercita per un tempo determinato”. Con specifico riferimento alla prescrizione dei crediti dei lavoratori, la norma di riferimento è l’art. 2948 c.c., che dispone che si prescrivono in 5 anni “le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro”, oltre che “tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi”. Secondo l’unanime interpretazione della giurisprudenza, tale disposizione si riferisce ad ogni credito che abbia origine e titolo nel rapporto di lavoro.

Alla luce dei delicati profili propri del rapporto di lavoro subordinato, si è posto il problema della decorrenza della prescrizione quinquennale. In argomento, la Corte Costituzionale si è pronunziata con due ormai remote sentenze (n. 63 del 10.6.1966 e n. 174 del 12.12.1972), con le quali ha delineato un sistema cui si è uniformata, univocamente, la giurisprudenza di legittimità e di merito per oltre 40 anni.

Con la sentenza n. 63/1966, la Corte Costituzionale, chiamata a pronunziarsi sulla legittimità degli articoli 2948 n.ri 4 e 5, 2955 n. 2  e 2956 n. 1 c.c. per contrasto con gli artt. 3, 4 e 36 Cost., ha affermato, tra l’altro: “Se si eccettua il n. 5 dell’art. 2948 c.c. (che ha ad oggetto “le indennità spettanti per la cessazione dei rapporti di lavoro”), la prescrizione decorre fatalmente anche durante il rapporto di lavoro, poiché non vi sono ostacoli giuridici che impediscono di farvi valere il diritto al salario. Vi sono, tuttavia, ostacoli materiali, cioè la situazione psicologica del lavoratore, che può essere indotto a non esercitare il proprio diritto per lo stesso motivo per cui molte volte è portato a rinunciarvi, cioè per timore del licenziamento; cosicché la prescrizione, decorrendo durante il rapporto di lavoro, produce proprio quell’effetto che l’art. 36 ha inteso precludere vietando qualunque tipo di rinuncia”.

Sulla scorta di tale argomentazione, la Corte Costituzionale ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 2948, n. 4, dell’art. 2955, n. 2, e dell’art. 2956, n. 1, c.c. “limitatamente alla parte in cui tali norme consentono che la prescrizione del diritto alla retribuzione decorra durante il rapporto di lavoro ….. proposta, in riferimento all’art. 3, all’art. 4 e all’art. 36 Cost.”.

Siffatta pronunzia risale ad un’epoca nella quale vigeva il principio della libera recedibilità dal rapporto di lavoro privato; poco dopo, è intervenuta, prima, la L. 604/1966 (15.7.1966), che, all’art. 1, ha previsto che il licenziamento non può avvenire che per giusta causa o giustificato motivo; quindi, soprattutto, la L. 300/1970 (20.5.1970) che, come ben noto, all’art. 18, ha previsto l’obbligo di reintegrare il lavoratore licenziato illegittimamente da parte di imprese con determinati requisiti dimensionali.

La Corte Costituzionale, pertanto, è nuovamente intervenuta in argomento, in occasione della questione di legittimità sollevata dalla Corte d’Appello di Napoli (con distinte ordinanze del 27 e del 29.9.1970) di una norma del CCNL per i dipendenti da istituti di cura privati del 24.5.1956, recepito dal D.P.R. 14.7.1960 n. 1040. Tale norma disponeva che la decorrenza del termine di decadenza di due mesi prescritta per la proposizione di reclami riguardanti il pagamento delle retribuzioni doveva coincidere con il giorno in cui il pagamento venga effettuato o omesso, e quindi anche quando il termine stesso maturi in costanza del rapporto di lavoro). secondo i Giudici napoletani, tale disposizione violerebbe l’art. 36 della Costituzione, nell’interpretazione datane nella testé citata sentenza n. 63/1966.

Orbene, la Corte Costituzionale ha affermato che il principio della sospensione della decorrenza della prescrizione nel corso del rapporto di lavoro non potrebbe essere applicato “tutte le volte che il rapporto di lavoro subordinato sia caratterizzato da una particolare forza di resistenza, quale deriva da una disciplina che assicuri normalmente la stabilità del rapporto e fornisca le garanzie di appositi rimedi giurisdizionali contro ogni illegittima risoluzione”: cosa che si verifica allorché ricorra l’applicabilità dell’art. 1 L. 604/1966 (principio di causalità del licenziamento) e dell’art. 18 L. 300/1970 (obbligo di reintegrazione del lavoratore nell’ipotesi di riconosciuta illegittimità del licenziamento). Ciò che si spiega, secondo il (condivisibile) pensiero della stessa Corte, in ragione del fatto che “una vera stabilità non si assicura se all’annullamento dell’avvenuto licenziamento non si faccia seguire la completa reintegrazione nella posizione giuridica preesistente fatta illegittimamente cessare”.

In seguito, la giurisprudenza di legittimità e di merito ha univocamente aderito all’impostazione di cui alle citate sentenze della Corte Costituzionale, secondo la quale, in parole povere, la prescrizione dei crediti retributivi decorre in costanza del rapporto di lavoro laddove si sia in presenza di rapporti di lavoro connotati da stabilità reale (cioè, sia applicabile l’art. 18 L. 300/1970); mentre decorre solo a far data dalla cessazione del rapporto di lavoro nel caso in cui la tutela del lavoratore a fronte di un licenziamento riconosciuto illegittimo sia “debole” (cioè, non sia applicabile l’art. 18 L. 300/1970, ma solo il regime di cui all’art. 8 L. 604/1966).

 

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La L. 92/2012 ha apportato profonde modifiche all’art. 18 L. 300/1970, riducendo sensibilmente le ipotesi in cui alla dichiarazione di illegittimità del licenziamento consegua l’obbligo, per il datore di lavoro, di reintegrare nel posto di lavoro (con effetto ex tunc) il lavoratore illegittimamente licenziato.

Il D. Lgs. 23/2015 (cd. contratto a tutele crescenti) ha ulteriormente modificato il sistema delle tutele a fronte dei licenziamenti illegittimi, divenuti essenzialmente di tipo indennitario, fatte salve alcune ipotesi, del tutto residuali.

In questo mutato quadro normativo, il tradizionale orientamento in tema di decorrenza della prescrizione dei crediti retributivi, fondato sui principi affermati, con estrema chiarezza, dalla Corte Costituzionale nelle sue antiche pronunzie del 1966 e del 1972 appare inadeguato.

La giurisprudenza assolutamente predominante, ritenendo che la tutela prevista ex lege a fronte del licenziamento illegittimo sia divenuta complessivamente inidonea a proteggere adeguatamente il lavoratore illegittimamente licenziato, facendo venire meno il metus o lo stato di soggezione psicologica del medesmo, ha escluso il decorso della prescrizione durante il rapporto di lavoro.

Si è da ultimo affermato, in particolare, quanto in appresso: “Il testo attualmente vigente dell’art. 18 L. n. 300 del 1970, a differenza di quello originario, prevede la tutela reintegratoria solo per talune ipotesi di illegittimità del licenziamento (commi 1, 4, 7), mentre per altre fattispecie prevede unicamente una tutela indennitaria (commi 5 e 6); ne consegue che, nel corso del rapporto, il prestatore di lavoro si trova in una condizione soggettiva di incertezza circa la tutela (reintegratoria o indennitaria) applicabile nell’ipotesi di licenziamento illegittimo, accertabile solo ex post nell’ipotesi di contestazione giudiziale del recesso datoriale. È pertanto ravvisabile la sussistenza di quella condizione di metus che, in base ai consolidati principi dettati dalla richiamata giurisprudenza costituzionale e di legittimità, esclude il decorso del termine prescrizionale in costanza di rapporto di lavoro. A supporto di questa soluzione va richiamato, altresì, l’orientamento giurisprudenziale che valorizza l’effettiva condizione del prestatore di lavoro subordinato, precisando che la decorrenza o meno della prescrizione nel corso del rapporto di lavoro va verificata con riguardo al concreto atteggiarsi del medesimo in relazione all’effettiva esistenza di una situazione psicologica di metus del lavoratore, e non già alla stregua della diversa normativa garantistica che avrebbe dovuto astrattamente regolare il rapporto, ove questo fosse sorto fin dall’inizio con le modalità e la disciplina che il giudice, con un giudizio necessariamente ex post, riconosce applicabili (Cass. S.U. 4942/12; Cass. 10 aprile 2000 n. 4520; nello stesso senso, ex plurimis, Cass. 23 gennaio 2009 n. 1717; Cass. 4 giugno 2014 n. 12553)”: C.A. Milano, Sezione Lavoro, sentenza n. 2048/19 del 25 novembre 2019. Negli stessi termini, v. anche Trib. Brescia n. 523/2021 del 26.5.2021; Trib. Milano n. 331/2021 del 31.3.2021.

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Va registrato, a questo punto, che, in dottrina, si sono levate alcune voci, anche autorevoli, dissonanti (v. Sergio Passerini, “La prescrizione dei crediti di lavoro: a che punto è la discussione?”, in Quotidiano di Centro Studi Lavoro e Previdenza 10.11.2021), secondo le quali la prescrizione dei crediti retributivi decorrerebbe, in modo generalizzato, nel corso del rapporto di lavoro: ciò in quanto, se è vero, da un lato, che la ratio alla base della sospensione del decorso della prescrizione nel corso del rapporto di lavoro risiederebbe nell’esigenza di assicurare al lavoratore un’adeguata tutela a fronte del timore di perdere il posto di lavoro, nell’ipotesi in cui egli abbia rivendicato l’esistenza di propri crediti derivanti dal rapporto di lavoro (tutela che, prima degli interventi del Legislatore del 2012 e del 2015, era approntata dall’art. 18 Stat. Lav., che, per i rapporti di lavoro cui tale norma fosse applicabile, gli assicurava la reintegra – con effetto ex tunc – nell’ipotesi di riconosciuta illegittimità del licenziamento); è altrettanto vero, dall’altro, che il licenziamento intimato a seguito e per effetto della richiesta di pagamento di crediti derivanti dal rapporto di lavoro (cioè, un licenziamento configurabile quale reazione del legittimo esercizio dei diritti retributivi da parte del prestatore di lavoro) dovrebbe essere qualificato come ritorsivo; e, da sempre, il licenziamento ritorsivo è stato considerato un licenziamento nullo, indipendentemente dai requisiti dimensionali del datore di lavoro, e, come tale, sanzionato, anche nel vigente quadro legislativo, con la reintegra nel posto di lavoro.

Da ciò consegue che, secondo tale prospettazione, anche dopo le innovazioni di cui alla L. 92/2012 ed al D. Lgs. 23/2015, il lavoratore che intendesse far valere i propri diritti retributivi nel corso del rapporto di lavoro dovrebbe ritenersi adeguatamente tutelato dall’ordinamento, che gli garantisce, a fronte di un licenziamento motivato da tale sua legittima richiesta (e, quindi, ritorsivo), la possibilità di una completa reintegrazione nella posizione giuridica preesistente.

Siffatta tesi, per quanto fondata su argomentazioni logicamente corrette, non appare completamente persuasiva, in quanto il licenziamento irrogato a seguito della legittima richiesta di pagamento dei crediti retributivi da parte del lavoratore era considerato nullo, in quanto ritorsivo, anche prima delle novelle del 2012 e del 2015: tuttavia, la consapevolezza, in capo al lavoratore, della possibilità di venir reintegrato nella posizione giuridica preesistente al licenziamento irrogato dal datore di lavoro a fronte del suo legittimo esercizio dei diritti retributivi non è mai stata considerata circostanza sufficiente ad escluderne lo stato di metus (o di oggettiva incertezza) sulla effettività e sull’efficacia della tutela.

Ciò che, presumibilmente, è da ascrivere anche al fatto che, in tale ipotesi, è pacifico che l’onere della prova ricadrebbe interamente su lavoratore, tenuto a provare tanto l’esistenza di un motivo ritorsivo, quanto il fatto che detto motivo sia stato l’unico a determinare la volontà datoriale di recedere dal contratto in essere, dovendo a tal fine indicare elementi idonei ad individuare la sussistenza di un rapporto di causalità tra il recesso e l’asserito intento.

A sostegno della decorrenza della prescrizione dei crediti di lavoro nel corso del rapporto di lavoro, piuttosto, appare maggiormente convincente la tesi secondo la quale l’entità del risarcimento riconosciuto al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo, nel contratto a tutele crescenti – che, a seguito del cd. Decreto Dignità (D.L. 87/2018 conv. L. 96/2018) può giungere ad un massimo di 36 mensilità – varrebbe di per sé ad assicurare al lavoratore quella protezione dal timore di far valere i propri diritti in corso di rapporto, di cui alle citate sentenze della Corte Costituzionale.

In effetti, in un mercato del lavoro in continua evoluzione, che appare proiettato verso una sempre maggior flessibilità, la significativa entità dell’indennizzo previsto ex lege a fronte dell’illegittimità del licenziamento potrebbe ritenersi elemento sufficiente a neutralizzare la posizione di soggezione psicologica del lavoratore, di cui si è legittimamente preoccupata la Corte Costituzionale più di 40 anni orsono, in un’epoca obiettivamente connotata da differenti condizioni socio economiche, che è stata considerata di per sé ostativa del decorso della prescrizione dei crediti in pendenza del rapporto di lavoro.

 

Avv. Stefano Roveta  

 

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